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11/02/2013

Dove vince il Made in Italy

MILANO - La Cina con i suoi prodotti invade America ed Europa assai meno di quanto si creda. La Germania non è il primo mercato per i prodotti italiani. E i servizi costituiscono una fetta di export molto più grande di quanto possiamo immaginiamo. Sorpresi? Il fatto è che i criteri tradizionali per misurare import ed export non raccontano più tutta la verità di quello che sta succedendo in un mondo sempre più integrato. Spesso oggi un oggetto è prodotto in un Paese, ma le parti che lo compongono provengono da ogni parte del mondo. Per capire e calcolare meglio gli scambi commerciali bisogna perciò cambiare approccio e tracciare il valore aggiunto da ciascun Paese in ogni punto del processo.

Se invece di calcolare semplicemente i flussi globali di beni e servizi ogni volta che passano i confini, consideriamo quanto per ogni bene o servizio è riconducibile effettivamente a ciascun Paese, i numeri sugli scambi commerciali cambiano molto. E' quanto ha fatto un'iniziativa congiunta dell'Ocse, l'organizzazione per la cooperazione economica e lo sviluppo, e dell'Organizzazione mondiale del commercio (Wto). Insieme hanno costruito una banca dati sul commercio internazionale sottraendo da ogni prodotto esportato gli input comprati da un altro Stato e misurandone perciò soltanto il valore aggiunto.

Con l'approccio del valore aggiunto (o dell'export al netto degli input importati), si scopre appunto che la Germania non è più il primo mercato dell'Italia, sostituita dagli Stati Uniti, finora al terzo posto. Ci rendiamo conto che la Cina dovrebbe fare meno paura, perché scivola dalla terza alla settima posizione nella classifica delle nostre importazioni, dove la Germania resta prima, mentre gli Usa salgono dall'ottavo fino al terzo posto. E che il Giappone assorbe una parte del nostro export più cospicua di quanto si credesse, passando dal decimo al sesto posto.

Le conseguenze? Quando si pensa in termini di valore aggiunto, i deficit commerciali bilaterali dell'Italia con Germania, Francia e Cina si assottigliano, ma diminuiscono anche i surplus con Usa e Sol Levante. Il deficit bilaterale con Pechino, ad esempio, si riduce di colpo da 3,4 a 2,4 miliardi di dollari. Nel caso di Francia e Germania, due dei maggiori partner commerciali, è il contenuto di valore aggiunto relativamente alto nelle nostre esportazioni ad abbassare gli squilibri a nostro vantaggio. Il Giappone resta fuori dall'elenco dei dieci principali Paesi che esportano in Italia, ma il valore aggiunto delle esportazioni nipponiche è significativamente più alto e questo produce una contrazione del nostro surplus con Tokio, che scende da 10,4 a 7,3 miliardi di dollari.

Il rapporto Ocse-Wto non si ferma qui, ma analizza quali settori in cui ognuna delle 58 economie analizzate, che riflettono il 95% della produzione mondiale, presentano maggiore o minor valore aggiunto. O, visto da un'altra prospettiva, quali sono i comparti più o meno integrati nelle catene globali del valore. Sotto questo aspetto, evidenzia la ricerca, l'Italia è in linea con gli altri big europei. Le industrie nostrane che usano maggiormente input stranieri sono le utilities, i prodotti minerari, i veicoli da trasporto e i metalli, che sono anche i comparti dove il valore aggiunto è relativamente più basso. L'integrazione italiana nelle catene globali del valore è inoltre notevole nell'industria tessile e dei macchinari, dove circa il 40% degli input importati vengono usati per produrre beni da esportare.

Un'altra sorpresa riguarda i servizi, che contribuiscono più di quanto si immagini all'export italiano quanto vengono misurati in termini di valore aggiunto. Sebbene i servizi contengano com'è noto meno input importati da altri Paesi, il 51% dell'export totale italiano è originato proprio dal terziario, ed è alto soprattutto nei prodotti alimentari e nella logistica.
Tornando a una prospettiva globale, il nuovo database di Ocse e Wto può aiutare a ricalibrare molti dibattiti di politica economica e commerciale. Soprattutto tra Washington e Pechino. Abbandonando i calcoli standard, si scopre infatti che il surplus commerciale della Cina con gli Usa è più basso del 25% e in termini di valore aggiunto si riduce da 176,3 a 131,2 miliardi di dollari, a causa dell'alto contenuto di componenti estere nei prodotti made in China.

Ma non sono poche le «bugie» smascherate dall'approccio del valore aggiunto. Un terzo del valore totale delle automobili fabbricate in Germania, proviene in realtà da altri Paesi, indica la ricerca, e circa il 40% del valore complessivo delle esportazioni di prodotti elettronici cinesi viene dall'estero. Come per l'Italia, nella gran parte dei Paesi Ocse i servizi rappresentato una parte molto consistente dell'export totale dei Paesi, addirittura fino al 56% negli Stati Uniti, perché aggiungono un valore significativo alla produzione manifatturiera. Ma non mancano le «scoperte» anche sulle materie prime tra grandi esportatori di materie prime come Australia, Brasile e Canada, che vedono ridotti i surplus commerciali con i loro partner commerciali più importanti, che trasformano ulteriormente le commodities importate e poi le esportano a loro volta.

La lezione da trarre dal nuovo approccio al commercio internazionale? «La capacità di uno Stato di vendere i suoi prodotti al mondo dipende dalla sua abilità e dalla sua prontezza a comprare dal resto del mondo», sostiene il segretario generale dell'Ocse, Angel Gurria. Come dire: la competitività di un'economia e la performance del suo export saranno sempre più legate all'integrazione di un Paese nelle catene di produzione globali e all'apertura dei mercati alle importazioni. Un buon viatico per il prossimo direttore del Wto che a maggio sostituirà Pascal Lamy.

Giuliana Ferraino

Il Corriere della Sera, 18 gennaio 2013 | 8:20

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